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Partire è un po' morire
post pubblicato in Diario, il 30 novembre 2009

L'italico orgoglio non ha mai fatto parte di me.
Inannzitutto perchè sono affetta da quel comune disagio che fa apparire l'erba del vicino sempre più verde; poi perchè più passano gli anni e meno trovo affascinante essere nata in un Paese dove anche le poche cose che funzionavano stanno scomparendo.
Questa mattina il sito di Repubblica riportava un'accorata lettera che Pier Luigi Celli, DG dell'Università per fighetti LUISS (quindi uomo dalle molte possibilità economiche e di potere) ha scritto la figlio prossimo alla laurea.
Celli esorta il figlio ad andarsene da un Paese "in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai."
Come dare torto a Celli? Come non augurare al figlio, parte -a suo dire- di quell'eccelelnza italiana derisa dalla Società dell'apparenza in cui viviamo, e a tanti giovani brillanti come lui di trovare fortuna all'estero? Come non augurare anche a noi stessi di poter vivere in un Paese dove il nostro senso civico, la nostra cultura, gli sforzi fatti per studiare in una scuola pubblica dove i docenti se ne fregavano se eri figlio del cumenda di paese o dell'ultimo derelitto della metropoli vengano finalmente riconosciuti?
La lettera di Celli è condividibilissima. E leggendola mi sono rammaricata sempre di più di non aver avuto la forza ed il coraggio di andarmene quando da perdere davvero non avevo niente.
L'idea di mettere al mondo un figlio in questa società così malata, così sporca, così falsa mi spaventa. La consapevolezza che cresecere un figlio secondo i miei valori significherebbe votarlo al sicuro fallimento, mi terrorizza. Mi atterrisce ancora di più dell'ipotesi di crescere un figlio che non riconoscerà la mia lingua come la sua lingua madre.

Nel film "Il caimano" Nanni Moretti fa dire a Jerzy Stuhr una delle frasi più vere che abbiano mai descritto l'Italia: è un paese in perenne bilico tra l'orrore ed il folklore.
Ma di orrore e folklore siamo stanchi tutti.
E, almeno io, sono anche stanca di prendermela con i nostri politici. Perchè i politici, in quanto esseri umani ed eletti da noi, rispecchiano la società. Il problema dell'Italia NON è Berlusconi. Il problema dell'Italia è che il 70% degli italiani vota Berlusconi. Il problema del PD NON è Massimo D'Alema, ma che nel PD esista D'Alema e che abbiano lasciato impuniti dei politici che non sono andati a Montecitorio a votare contro lo scudo fiscale.
Il problema è che, sempre come diceva Moretti, io mi troverò bene sempre con una minoranza di persone.
Vedere tante persone riunite in una piazza a gridare l'orrore contro la violenza sulle donne in un Paese dove le donne vengono quotidianamente violentate dai media è paradossale.
Scendere in piazza a manifestare per la libertà di stampa in un paese in cui le maggiori testate sono utilizzate dai proprietari per interesse e dove da un mese non si parla che di trans e politici (senza capire, ancora una volta, che quei trans e quei politici sono dominati dal più feroce dei giochi di potere, per il quale si muore) è anacronistico.
Vedere la scuola, una volta fiore all'occhiello dell'Italia, distrutta, tartassata.
E vedere l'eccellenza reagire scappando, o arroccandosi in torri d'avorio, magari fino a 35 anni a casa di mamma e papà, giocando ai grandi ma senza il coraggio di spiccare il volo... è triste.
E mi chiedo se un Paese così potrà mai farmi sentire fiera di essere italiana.


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permalink | inviato da Dolcinganni il 30/11/2009 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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